La nuova identità visiva di AICA arriva in un momento tutt’altro che neutro. Non è solo un cambio di logo, ma si inserisce in una fase delicata segnata dall’approvazione dei bilanci, del piano industriale 2025-2027, e da una vertenza giudiziaria ancora aperta con Siciliacque, sulla quale l’azienda ha appena diffuso un lungo e articolato comunicato ufficiale.
Il nuovo logo di AICA nasce con l’ambizione dichiarata di segnare una svolta, ma il risultato finale solleva più di una perplessità sul piano comunicativo e simbolico. Il richiamo immediato è inevitabile: il segno grafico ricorda da vicino quello di AVIS (Associazione volontari italiani del Sangue). Cambia il colore, ma l’associazione visiva resta forte, quasi automatica, e rischia di confondere più che chiarire l’identità aziendale.
Ancora più discutibile è la scelta del tempio, elemento abusato e ormai privo di forza evocativa. Un simbolo che, invece di raccontare innovazione o futuro, appare prevedibile, scontato, privo di originalità. In un territorio che convive quotidianamente con l’emergenza idrica, l’iconografia scelta finisce per produrre un effetto paradossale.
La goccia d’acqua, fulcro del logo, non comunica abbondanza, efficienza o sicurezza del servizio. Al contrario, richiama inconsciamente immagini di scarsità, di acqua che arriva a singhiozzo, di razionamenti e carestia. Un messaggio visivo che trasmette tristezza e precarietà, proprio mentre si vorrebbe rassicurare cittadini e utenti.
Non si tratta di una critica pregiudiziale, ma di una riflessione sul peso che la comunicazione visiva ha per un’azienda pubblica che gestisce un bene essenziale. Un logo non è solo estetica: è racconto, promessa, percezione. E in questo caso la promessa sembra debole, datata, poco incisiva.
Chi ha concepito questa nuova identità visiva dovrà probabilmente spiegarla meglio, perché così com’è appare vecchia, stantia e comunicativamente negativa. In un momento storico in cui l’acqua è sinonimo di emergenza, il simbolo scelto rischia di raccontare esattamente ciò che i cittadini temono di più.

Eppure, sul piano amministrativo, AICA rivendica una linea di fermezza. Nel comunicato diffuso oggi l’azienda chiarisce che l’ordinanza del Tribunale di Palermo riguarda una vertenza pregressa, già nota e circoscritta, e non una nuova emergenza. AICA afferma di aver riscontrato formalmente la diffida di Siciliacque, di aver chiesto l’apertura di un fascicolo di controllo alla Corte dei Conti e di aver segnalato criticità strutturali sul sistema di fatturazione dell’acqua prodotta dai dissalatori finanziati con fondi regionali.
L’azienda ribadisce inoltre che qualsiasi riduzione della fornitura idrica all’ingrosso sarebbe illegittima, assicurando che non ci saranno ricadute sui cittadini e che eventuali somme dovute verranno onorate nel rispetto della legge, utilizzando risorse regionali già stanziate.
Una linea istituzionale chiara, dura, rivendicata con forza anche nelle parole della presidente Nobile: “AICA non è un soggetto passivo né silente. Non c’è alcuna emergenza nascosta, nessuna verità taciuta”.
Ed è proprio qui che il cortocircuito comunicativo diventa evidente. A fronte di una strategia che punta a rassicurare, a rafforzare la fiducia e a rivendicare autorevolezza, il nuovo logo rischia di trasmettere insicurezza, debolezza, persino tristezza.
Un logo non è un dettaglio secondario. È un messaggio politico, prima ancora che grafico. È il volto con cui un’azienda pubblica si presenta ai cittadini. In questo caso, più che una svolta, sembra raccontare una continuità visiva stanca, poco coerente con la battaglia che AICA dice di voler combattere “a viso aperto”.
Resta infine una considerazione che va oltre loghi, comunicati e vertenze. In città qualcuno, non senza malizia, ha osservato come l’emergenza idrica abbia assunto contorni e tempi quasi chirurgici, esplodendo proprio mentre Agrigento era sotto i riflettori nazionali per Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025. Un tempismo che in molti hanno letto come strumentale, capace di incidere negativamente sull’immagine della città nel momento della sua massima esposizione mediatica.
Ora che quella stagione si avvia alla conclusione, l’auspicio è che finisca anche l’emergenza dell’acqua. Perché se le crisi possono essere affrontate e risolte, i danni d’immagine – quando diventano racconto collettivo – sono molto più difficili da riparare.
Chissà. La storia, come spesso accade, darà le sue risposte.
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