Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis, con Adriano Giannini Italia, 2026
Il passato non passa. È questa, in fondo, la materia più profonda del cinema di Marco Bechis: la memoria di una violenza che il tempo può allontanare, ma non cancellare. Una memoria che il regista conosce sulla propria pelle, avendo vissuto direttamente la repressione della dittatura militare argentina e la detenzione in un carcere clandestino nel 1977. Da quell’esperienza sarebbe nato Garage Olimpo (1999), il film con cui Bechis ha raccontato uno dei luoghi simbolo dell’orrore dei desaparecidos.
A quella storia il regista torna idealmente, raccontando le conseguenze di quella violenza molti anni dopo. Mariano, studente di medicina nella Buenos Aires degli anni Settanta, viene sequestrato e rinchiuso per oltre due anni nel Garage Olimpo, dove subisce torture e interrogatori fino a essere costretto a fornire i nomi di alcuni compagni.
Trentatré anni più tardi vive a Torino, è diventato medico e sembra aver costruito una nuova esistenza. Ma quando viene convocato in Argentina per testimoniare al processo contro alcuni dei suoi ex aguzzini, il passato torna improvvisamente a occupare tutto il presente.
È un film sul trauma, ma soprattutto sulla difficoltà di raccontarlo. E Bechis sceglie di farlo evitando accuratamente ogni facile scorciatoia emotiva. Lo stile è asciutto, lucido, quasi severo. La regia osserva senza sottolineare, lascia parlare i silenzi e affida spesso ai dettagli ciò che avrebbe potuto essere espresso attraverso il dialogo. Una scelta che rende il dolore ancora più concreto, proprio perché non viene mai trasformato in spettacolo.
In questa direzione si inserisce perfettamente la straordinaria prova di Adriano Giannini, qui probabilmente nel ruolo migliore della sua carriera. Il suo Mariano è un uomo trattenuto, fragile senza mai diventare patetico, tormentato senza bisogno di dichiarare continuamente il proprio tormento.
Giannini costruisce il personaggio con una recitazione tutta giocata sulle sfumature: la voce, gli sguardi, le espressioni, i movimenti appena accennati e, soprattutto, i silenzi. È spesso ciò che Mariano non dice a raccontare la profondità della sua sofferenza.
È proprio la rinuncia a ogni enfasi a rendere il film così efficace. Bechis non forza mai la commozione dello spettatore: la lascia maturare lentamente, attraverso la freddezza delle situazioni, la misura della regia e la straordinaria interiorità del protagonista.
Un cinema della memoria, dunque, ma senza retorica. Perché certe ferite, suggerisce Bechis, non hanno bisogno di essere urlate: basta guardarle negli occhi.
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