La vera partita non è La Vardera. È il Pd. E Agrigento è il banco di prova
La Vardera ha fatto la sua mossa.
Il Pd no.
E non è un dettaglio.
Perché la partita per la Presidenza della Regione non si gioca soltanto sul nome del prossimo candidato. Si gioca su chi avrà la forza di decidere. Di mettere condizioni. Di costruire la coalizione. Di stabilire, alla fine, chi può davvero parlare a nome del centrosinistra.
E per capire quanto vale oggi il Pd siciliano bisogna guardare ad Agrigento.
Non a Palermo.
Non ai comunicati.
Ad Agrigento.
Perché qui il centrosinistra ha già avuto la sua prova generale.
E adesso deve dimostrare di saper governare ciò che ha vinto.
Il modello Agrigento
Ismaele La Vardera lo chiama “modello Agrigento”.
La formula è efficace.
Un candidato civico. Una coalizione larga. Forze diverse. Il superamento dei vecchi recinti.
Ma c’è un particolare che non può essere rimosso dal racconto.
Michele Sodano è sindaco anche grazie al Pd.
Non solo grazie al Pd, naturalmente.
La vittoria è stata il risultato di una convergenza più ampia. Controcorrente ha avuto il suo peso. Il civismo ha avuto il suo peso. Altre forze hanno fatto la loro parte.
Ma proprio questo è il punto.
Agrigento non dimostra che il civismo può fare a meno dei partiti.
Dimostra che il civismo e i partiti possono vincere quando stanno insieme.
La differenza non è sottile.
È politica.
Perché se Agrigento diventa la dimostrazione che il civismo può scegliere il candidato e gli altri devono soltanto seguirlo, allora il Pd ha già perso una parte della partita.
Se invece Agrigento dimostra che una coalizione vince perché tutti portano qualcosa al tavolo, allora nessuno può pretendere di apparecchiare quel tavolo da solo.
E dopo la vittoria?
È qui che comincia la vera storia.
Vincere è una cosa.
Governare insieme è un’altra.
Il Pd agrigentino oggi non deve chiedersi soltanto quanti uomini ha in giunta.
Deve chiedersi quanto pesa nelle decisioni.
Quanto conta nella linea dell’amministrazione Sodano.
Quanto riesce a incidere sulle priorità.
Quanto è interlocutore politico del sindaco.
Perché il problema non è occupare una casella.
Il problema è avere una funzione.
Un partito che si limita a chiedere assessori rischia di confondere il potere con le deleghe.
Un partito che discute di programmi, scelte strategiche e indirizzo amministrativo sta invece facendo politica.
È questa la sfida del Pd ad Agrigento.
Ed è una sfida che va ben oltre Agrigento.
Sodano e il Pd: alleati o semplici sostenitori?
Sodano ha rivendicato fin dall’inizio la propria autonomia.
È legittimo.
Un sindaco deve governare.
Deve scegliere.
Deve assumersi responsabilità.
Ma autonomia non significa isolamento.
E soprattutto non significa che una coalizione esista soltanto il giorno delle elezioni.
Qui il Pd deve essere molto chiaro.
Non si tratta di mettere il sindaco sotto tutela.
Si tratta di capire se la coalizione che ha vinto continua a esistere anche dopo la vittoria.
È una questione politica elementare.
Se esiste, si discute.
Se si discute, si cercano sintesi.
Se si cercano sintesi, nessuno può essere considerato un ospite.
Nemmeno il Pd.
La vicenda del Teatro Pirandello è, sotto questo profilo, un piccolo ma significativo segnale.
Sodano ha difeso il criterio delle competenze e dei curricula.
Una scelta che il sindaco rivendica come autonoma dalle logiche politiche.
Va bene.
Ma proprio qui si apre la domanda.
Quanto deve contare una coalizione quando arrivano le decisioni?
Non è una domanda sul Teatro.
È una domanda sul governo della città.
E domani potrebbe essere una domanda sul governo della Regione.
Il 6 settembre la politica guarderà Agrigento
Per questo gli Stati generali di Controcorrente del 6 settembre non saranno soltanto un appuntamento di partito o di movimento.
Saranno un test.
La Vardera arriva ad Agrigento con una candidatura regionale ormai esplicitata.
E lo fa nel luogo che considera la prova della propria intuizione politica.
Ma proprio Agrigento potrebbe diventare il luogo nel quale quella intuizione viene sottoposta alla verifica più seria.
Perché ci sarà da capire una cosa semplice.
Il modello Agrigento è un modello di coalizione o un modello di leadership?
Nel primo caso il Pd ha un ruolo.
Nel secondo rischia di averne uno soltanto: quello di certificare una leadership costruita da altri.
E allora saranno importanti le presenze.
Le assenze.
Le parole.
Ma soprattutto il modo in cui il Pd agrigentino affronterà la questione.
Il Pd non deve porre veti. Deve porre condizioni.
Il dibattito regionale rischia di essere deformato dalla parola “veto”.
Il Pd deve porre un veto a La Vardera?
Domanda sbagliata.
Il Pd deve accettare La Vardera?
Ancora sbagliata.
La domanda è un’altra.
A quali condizioni La Vardera può diventare il candidato di tutto il centrosinistra?
Qui comincia la politica.
Perché una candidatura annunciata è una candidatura personale.
Una candidatura condivisa è un’altra cosa.
La prima si comunica.
La seconda si costruisce.
E per costruirla servono tutti.
Il Pd non deve necessariamente proporre un proprio candidato.
Può farlo.
Può anche sostenere La Vardera.
Ma se lo sostiene deve farlo da protagonista.
Non da comparsa.
Deve discutere programma.
Perimetro della coalizione.
Regole.
Responsabilità.
E soprattutto visione politica.
Altrimenti il rischio è semplice.
Che il Pd diventi il grande partito che arriva alla fine della partita per ratificare una decisione presa all’inizio da altri.
Il problema del Pd è anche agrigentino
Ed è qui che la vicenda regionale torna inevitabilmente ad Agrigento.
Perché il Pd agrigentino ha davanti una responsabilità precisa.
Dimostrare che il proprio peso elettorale si traduce in peso politico.
Non attraverso le poltrone.
Attraverso le scelte.
Non attraverso i comunicati.
Attraverso la capacità di incidere sull’amministrazione.
Non attraverso la minaccia di una rottura.
Attraverso la capacità di costruire una sintesi.
Se il Pd riesce a farlo ad Agrigento, avrà un argomento forte anche a Palermo.
Potrà dire: abbiamo contribuito a vincere e sappiamo governare.
Se invece rimarrà schiacciato tra l’autonomia del sindaco e l’iniziativa del civismo, sarà molto più difficile rivendicare un ruolo nella partita regionale.
Perché la leadership non si reclama.
Si dimostra.
La Vardera ha anticipato tutti
La Vardera ha fatto una cosa che in politica conta.
Ha anticipato gli altri.
Ha messo il nome sul tavolo.
Ha costruito una narrazione.
Ha trasformato Agrigento in un simbolo.
Controcorrente ha costruito il percorso.
Il M5S ha Di Paola.
De Luca tiene aperta la porta delle primarie.
Il Pd resta fermo.
Ma attenzione.
Essere ultimi a decidere non significa necessariamente essere deboli.
Può significare avere ancora la possibilità di spostare gli equilibri.
A una condizione.
Che il Pd sappia cosa vuole.
La partita vera
La candidatura alla Presidenza della Regione è soltanto il pezzo più visibile.
Sotto c’è una partita più grande.
Chi sarà il centro politico del centrosinistra siciliano?
Il civismo porta consenso.
I movimenti portano mobilitazione.
I sindaci portano credibilità.
I partiti portano struttura.
Ma nessuno può governare la Sicilia da solo.
E Agrigento lo dimostra.
La vittoria di Sodano è nata da una coalizione.
Adesso bisogna capire se quella coalizione è diventata davvero una comunità politica.
Perché se non lo è, il “modello Agrigento” rischia di essere soltanto un efficace slogan elettorale.
Se lo è, allora può diventare qualcosa di molto più importante.
Un metodo.
Ma un metodo ha bisogno di regole.
E soprattutto di equilibrio.
Il Pd agrigentino non può più stare a metà
Questa è la vera questione.
Il Pd agrigentino non può stare a metà.
Non può essere abbastanza forte da portare voti e abbastanza debole da non contare nelle decisioni.
Non può essere indispensabile quando si vince e irrilevante quando si governa.
Non può rivendicare il risultato elettorale e poi lasciare che altri ne interpretino politicamente il significato.
Deve scegliere.
Non tra Sodano e La Vardera.
Non tra partito e civismo.
Deve scegliere se essere protagonista o semplice alleato.
Perché sono due ruoli diversi.
E la differenza si vede proprio quando arrivano le decisioni difficili.
Agrigento è dunque il primo banco di prova.
Per Sodano.
Per La Vardera.
Ma soprattutto per il Pd.
Se il partito riuscirà a trasformare il consenso in capacità di indirizzo, Agrigento potrà davvero essere il laboratorio del nuovo centrosinistra siciliano.
Se non ci riuscirà, il “modello Agrigento” avrà comunque prodotto un risultato politico.
Avrà dimostrato che il civismo può vincere.
Ma non che il Pd sappia governare una coalizione.
Ed è qui che la partita diventa seria.
Perché a Palermo si discuterà del candidato.
Ad Agrigento si sta già discutendo, nei fatti, di chi conta.
E la risposta non arriverà dai manifesti.
Arriverà dalle decisioni.
Il Pd agrigentino ha contribuito a portare Sodano al Comune. Ora deve dimostrare di essere abbastanza forte da sedere al tavolo dove si decide il futuro della città. E se non riuscirà a farlo ad Agrigento, sarà difficile sostenere di poterlo fare al tavolo dove si decide il futuro della Sicilia.
La vera partita, quindi, non è La Vardera.
È se il Pd vuole ancora essere un partito che decide.
E ad Agrigento, prima ancora che a Palermo, è arrivato il momento di dimostrarlo. Leggi anche: Stati Generali Controcorrente, Agrigento laboratorio di La Vardera
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