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Home » Top » Il Vescovo: ‘La politica è carità’. Richiamo forte a chi si candida e a chi vota

Il Vescovo: ‘La politica è carità’. Richiamo forte a chi si candida e a chi vota

4 Aprile 2026
in Top, Chiesa
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Venerdì Santo ad Agrigento, il Vescovo: “La politica è la forma più alta della carità”

AGRIGENTO – Non è stata una riflessione solo spirituale. Il discorso del Vescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, davanti a piazza Pirandello, nel Venerdì Santo 2026 ad Agrigento, si è trasformato in un intervento profondo e diretto, capace di intrecciare fede, vita quotidiana e responsabilità civile, fino a toccare apertamente anche il tema delle prossime elezioni amministrative.

Nel cuore della celebrazione, davanti al Cristo nell’urna, il Vescovo ha posto una domanda netta, senza giri di parole: che senso ha la vita davanti alla morte? Una domanda che non resta teorica, ma che diventa provocazione concreta per ogni credente e cittadino.

“Se non ci lasciamo animare dalla tensione verso un fine da realizzare, siamo condannati a restare schiacciati sotto il peso del tempo che finisce” .

È da qui che parte il cuore del messaggio: la morte non come fine, ma come compimento. Due visioni opposte, ha spiegato il Vescovo: da un lato la rassegnazione, il disimpegno, il lasciarsi vivere; dall’altro la responsabilità, l’impegno, la scelta di dare senso alle proprie azioni.

Un passaggio che va oltre la dimensione religiosa e diventa lettura della realtà. Perché – è il senso del discorso – senza una prospettiva, senza un orizzonte, anche la vita sociale e politica perde direzione.

E infatti il richiamo si fa esplicito quando il Vescovo guarda alla comunità e alle scelte che attendono il territorio. Non un accenno, ma un appello chiaro, rivolto a candidati ed elettori in vista del voto.

“La politica è la forma più alta della carità”, ha ricordato, riprendendo il magistero sociale della Chiesa .

Parole che suonano come un richiamo preciso in una fase delicata per Agrigento e per i comuni chiamati alle urne. Il Vescovo invita chi si candida a farlo con spirito di servizio, lontano da interessi personali e logiche di potere.

Il riferimento è anche a una visione alta della città: non un insieme di uffici e strutture, ma una “comunità di destino”, capace di accogliere tutti, soprattutto i più fragili. Non meno diretto il messaggio agli elettori. Partecipare non è opzionale, ma un dovere. E soprattutto non basta lamentarsi.

Serve – è il senso del richiamo – una democrazia partecipata, fatta di presenza, responsabilità e contributo reale alla vita pubblica. Nel suo intervento, il Vescovo entra anche nel merito delle priorità che la politica non può ignorare:
salute, lavoro, casa, acqua, accesso alla cultura, partecipazione sociale .

E ancora, attenzione agli ultimi: anziani, persone con disabilità, chi vive nel disagio, chi è ai margini. Un elenco che diventa agenda morale per chi governa. Non manca uno sguardo al futuro del territorio: sviluppo economico, sostegno all’imprenditoria, valorizzazione delle risorse culturali e paesaggistiche, decoro urbano. Temi concreti, che riportano il discorso dalla dimensione simbolica a quella operativa.

Il passaggio finale è forse il più netto: la fede non può restare chiusa nelle celebrazioni. Deve tradursi in scelte, comportamenti, impegno quotidiano. Il Venerdì Santo, in questa prospettiva, non è solo memoria del dolore, ma passaggio obbligato verso la speranza. Una speranza che, però, non è automatica.

Dipende da come si vive. E da come si sceglie. Il messaggio finale è netto: il Venerdì Santo non può fermarsi alla sofferenza, ma deve aprirsi alla speranza della Pasqua. Una speranza che, però, passa dalle scelte concrete di ciascuno.

Il discorso completo


Venerdì Santo 2026
Dalla sua morte la nostra vita

Nel cuore del mistero pasquale, la sosta davanti a Cristo che per noi si è fatto «obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8), ci impone — senza mezzi termini e in tutta la sua drammaticità — la domanda sul senso della vita. Se anche Dio muore, a che serve vivere? Se il giusto più innocente subisce l’ingiustizia più oltraggiosa, fino a dove si deve spingere la speranza? E se, per non perdere nessuno, alla fine si deve perdere se stessi, cosa resta a chi è disposto ad amare «fino alla fine» (Gv 13,1)?

Il pensiero della morte come ultimo atto della vita, che vorremmo allontanare perché ci incomoda, è cruciale per imparare a vivere in pienezza, non nell’attesa che tutto finisca, ma nel desiderio che tutto si compia. Così si profilano due prospettive completamente diverse di fronte alla morte; e da quella che scegliamo di assumere dipende il valore della nostra vita, la dimensione della nostra speranza, la qualità del nostro amore.

La morte può rappresentare — come generalmente accade — la semplice conclusione dell’esistenza, che giustifica tanti atteggiamenti di rassegnazione, disfattismo e disimpegno. Oppure può costituire il compimento della vita, che fonda l’ottimismo, motiva la responsabilità e sostiene l’azione.

Si impone pertanto davanti a noi un’alternativa alla quale non possiamo sfuggire, nonostante le scappatoie che ci illudiamo di poter percorrere: se non ci lasciamo animare dalla tensione verso un fine da realizzare, siamo condannati a restare schiacciati sotto il peso del tempo che finisce.

Già il salmista, benedicendo il Signore che gli ha «dato consiglio», diceva: «Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 16,9-10). Il suo non era il lamento disilluso di chi aspetta di morire per essere finalmente libero, ma il canto fiducioso di chi si lascia condurre per imparare a vivere ogni giorno nella libertà. «Mi indicherai il sentiero della vita — aggiungeva —, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,11).

Già in una prospettiva umanissima, la morte è la condizione della vita: non si tratta di vivere serenamente per morire in pace, ma di mettersi seriamente davanti alla morte per imparare ad affrontare dignitosamente la vita. A questa prospettiva, la Pasqua aggiunge il compimento inatteso della risurrezione.

Tutte le culture, dai tempi più antichi, hanno celebrato una festa della rinascita della vita, in concomitanza con la primavera e con il risveglio della natura. La fede di Israele ha aggiunto a questa connotazione la memoria di un evento di liberazione, che Dio stesso ha operato nella storia di un popolo, non solo oppresso da una dominazione straniera, ma talmente abituato alla sua schiavitù da non saper neppure desiderare — né, tanto meno, gestire — la sua libertà.

La Pasqua cristiana compie ciò di cui quella ebraica era solo figura, perché in Cristo morto e risorto si realizza il disegno di un’umanità veramente nuova: un’umanità che non aspetta più soltanto di essere introdotta in una “terra promessa” da possedere in maniera esclusiva, in cui ogni bene è dovuto e ogni compromesso diventa lecito, ma che si impegna a costruire una “nuova Gerusalemme” da abitare in pienezza, nel segno del chicco di grano che, «se […] non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Cristo ha riscattato la morte — la sua e la nostra — perché l’ha sottratta alla logica della sconfitta e le ha ridato il gusto della vittoria. Perché — come ci ha detto lui stesso — «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Perdere la vita per causa sua e del Vangelo non vuol dire accettare di morire, non avendo altra scelta. Vuol dire, al contrario, scegliere la via del bene pagato a caro prezzo e quella della giustizia difesa a tutti i costi, nella consapevolezza che questo conferisce dignità alla vita, ampiezza alla speranza, pienezza all’amore. E solo così possiamo diventare persone che vivono pienamente e che realmente danno la vita: una vita che, con la morte, non finisce, ma diventa eterna.

Il Venerdì Santo consacrerebbe una sconfitta, se la Pasqua non sancisse una vittoria. E sulla certezza che la morte è stata vinta si fonda la nostra fede. Non dimentichiamolo!

Ma non basta che il Venerdì Santo si compia nella Pasqua. È necessario che la Pasqua si compia nella Pentecoste, perché solo nella forza dello Spirito possiamo entrare nella dimensione della risurrezione, che ci rende creature nuove. Solo nella forza dello Spirito «ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18,27). Gesù lo dice dopo che il notabile ricco, perfetto conoscitore e fedele osservante della legge, se ne va triste, perché chi è troppo pieno di sé e troppo attaccato alle sue cose, per quanto apparentemente onesto, è ancora fuori del regno di Dio. Al contrario, solo chi il regno lo accoglie come un bambino, e dunque con la consapevolezza che tutto gli è donato e nulla può pretendere, può entrarvi pienamente (cf. Lc 18,15-27). E la Pasqua che si compie nella Pentecoste, mediante il dono dello Spirito che ci comunica la vita del Risorto, ci restituisce la libertà del cuore e la purezza dello sguardo, di cui i piccoli del Vangelo sono monito e profezia.

Quest’anno, proprio il giorno di Pentecoste, saremo chiamati a rinnovare con il nostro voto le amministrazioni comunali della nostra città e di altri otto paesi della nostra Diocesi: Camastra, Cammarata, Casteltermini, Raffadali, Ribera, Sambuca di Sicilia, Siculiana e Villafranca Sicula.

Davanti a Cristo, che muore per introdurci nella vita, sento il dovere di rivolgere un appello a tutti i battezzati e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché il mistero pasquale che stiamo celebrando porti frutti buoni nella concretezza della nostra convivenza comunitaria e nell’esercizio delle nostre funzioni democratiche, traducendosi in un servizio coerente con le esigenze dell’umanità e le istanze del Vangelo.

Ai candidati, che a nome di tutti ringrazio per il coraggio di scendere in campo, vorrei ricordare che la politica — secondo il magistero sociale della Chiesa — è la «forma più alta della carità» e deve esserlo soprattutto in questi tempi, segnati da incertezze culturali e valoriali, sociali e istituzionali, economiche e occupazionali. L’esempio di Giorgio La Pira, detto «sindaco santo» e dichiarato venerabile da Papa Francesco, ci invita a non ridurre la città a un insieme di strutture amministrative, ma a farne una «comunità di destino», ossia una casa in cui chiunque — e soprattutto i più fragili e indifesi — possono trovare accoglienza e dignità, mezzi di sussistenza e condizioni di pace. E, riguardo alla politica, ci insegna a farne una «costruzione quotidiana di fraternità concreta», svincolata da qualsiasi freddo interesse e da ogni egoistico tornaconto.

Agli elettori, che esorto a manifestare liberamente e coscienziosamente la propria volontà nella scelta dei propri rappresentati, vorrei ricordare il dovere di «iscrivere la legge divina nella vita della città terrena», come ci esorta la costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (n. 43). Non basta limitarsi alla denuncia, soprattutto quando rischia di scadere nella polemica sterile e nell’offesa gratuita, ma occorre far sentire la propria voce attraverso una reale democrazia partecipata, richiedendo alle amministrazioni civiche e alle forze politiche luoghi di incontro in cui si costruisce insieme, senza abdicare alla propria responsabilità e senza demandarla a quella altrui. Don Luigi Sturzo, siciliano come noi, nel suo celebre “Appello ai liberi e forti” ha indicato come fondamento dell’impegno pubblico appunto la responsabilità personale, al fine di valorizzare e integrare tutte le energie della società civile, contro ogni tentativo di soffocarle e contro ogni rinuncia a metterle in gioco.

A tutti — nel doveroso rispetto delle reciproche competenze — vorrei ricordare che ci sono impegni prioritari che non possono non entrare nel quadro dei programmi delle amministrazioni civiche e dei gruppi politici. Innanzitutto quelli che riguardano la gente tuttora priva dell’essenziale: la salute, il cibo, l’acqua, la casa, il lavoro, l’accesso alla cultura, la partecipazione alla vita sociale.

Non si possono poi trascurare le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora o addirittura — per inaccettabili logiche di profitto — coltiva: dagli anziani ai diversamente abili, da quanti vivono un qualsiasi disagio sociale a quanti restano vittime di dipendenze vecchie e nuove, dai dimessi dalle carceri e dagli ospedali psichiatrici ai fratelli ancora detenuti o ancora ricoverati.

Né si devono tralasciare gli aneliti radicati nelle potenzialità del nostro territorio e insiti nei sogni dei nostri giovani, ma anche in quelli dei meno giovani: lo sviluppo e il sostegno dell’imprenditoria, dell’agricoltura e dell’artigianato; la valorizzazione delle risorse paesaggistiche e culturali; la pulizia, il decoro e la fruibilità delle nostre città e delle nostre infrastrutture.

L’assunzione di queste urgenze — e di quelle che la fantasia di ciascuno saprà ispirare — potrà tanto più diventare una reale occasione di vita nuova, quanto più permetteremo allo Spirito del Risorto di illuminare e orientare le nostre coscienze, nella ricerca del bene comune, nel rinnegamento della mentalità mafiosa e nel consolidamento di un’autentica amicizia sociale.

Tutto questo chiedo al Signore per la nostra terra e per la nostra Chiesa, confidando nell’intercessione di Maria, Madre del dolore e della speranza, fedele al suo “Sì” dalla casa di Nazareth alla croce del Golgota. In noi, come in lei, la Parola di vita eterna si faccia carne e diventi promessa e compimento di vita nuova.

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