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Home » Top » Separazione delle carriere, Pennica: “Voto Sì, ma la giustizia non si riforma con la politica”

Separazione delle carriere, Pennica: “Voto Sì, ma la giustizia non si riforma con la politica”

Domenico Vecchio Di Domenico Vecchio
17 Marzo 2026
in Top, Cronaca, Politica
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Intervista al penalista Salvatore Pennica

La riforma sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante continua a dividere il mondo della giustizia e quello politico. Il recente referendum ha riacceso un confronto mai sopito, che tocca temi centrali come il giusto processo, l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra accusa e difesa.

A parlarne è l’avvocato penalista Salvatore Pennica, da oltre venticinque anni protagonista nelle aule di tribunale, che analizza criticità, rischi e possibili sviluppi di una riforma destinata a incidere profondamente sul sistema giudiziario.

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è tornata al centro del dibattito. Da penalista, ritiene che questa riforma possa davvero migliorare l’equilibrio tra accusa e difesa nel processo penale?

«Idealmente sì, nei fatti nutro qualche dubbio. La riforma sta assumendo connotati fortemente politici e, per esperienza personale, ritengo che politica e giustizia non debbano mai contaminarsi. Lo stesso vale per altri settori delicati come la sanità: servono i migliori professionisti, non logiche di appartenenza. Questo referendum è diventato anche un banco di prova tra sostenitori del Sì e del No, complice qualche errore di comunicazione da parte di esponenti parlamentari, che poco hanno a che fare con chi vive ogni giorno le aule di tribunale. Io voterò Sì, pur provenendo dalla scuola del professor Coppi, tra i più autorevoli penalisti italiani, che invece si è espresso per il No ritenendo che la riforma possa minare l’unità della giurisdizione. La mia convinzione è che una netta separazione tra chi accusa e chi giudica possa rafforzare la fiducia dei cittadini nel sistema».


Il principio del giusto processo prevede parità tra le parti e tempi ragionevoli. Nella sua esperienza, quali sono oggi le principali criticità del sistema giudiziario italiano?

Salvatore Pennica

«Il principio è sancito dall’articolo 111 della Costituzione, che prevede, tra l’altro, la possibilità per l’imputato di interrogare chi lo accusa. Nella pratica, però, non sempre trova piena applicazione. Ricordo un caso emblematico, il processo Akragas, con presidente Luigi Patronaggio, imputato Giuseppe Putrone e il collaboratore Giulio Albanese, detto “panza chiatta”. In quella sede si pose proprio il tema dell’interrogatorio alla luce dell’articolo 111. Sul piano generale, il problema resta quello dei tempi: il rinvio delle udienze, che in alcuni casi diventa anche una strategia processuale. Tuttavia, la velocità non deve mai andare a scapito della giustizia. Serve una giustizia garantista, che valuti con attenzione i fatti.

In oltre 25 anni di professione ho visto anche un cambiamento nel rapporto tra avvocatura e magistratura: oggi l’avvocato è spesso percepito come una figura subordinata, quasi “figlio di un dio minore”, e questo non aiuta il sistema».


I sostenitori del Sì parlano di maggiore imparzialità del giudice, mentre quelli del No temono un indebolimento dell’indipendenza della magistratura: qual è il rischio più concreto secondo lei?

«Colpisce vedere, per la prima volta in tanti anni, una magistratura così compatta sul No, come se fosse in discussione un assetto di potere. Detto questo, anche una vittoria del Sì non risolverebbe tutti i problemi.

Ci sono criticità strutturali evidenti: carenze di organico, fascicoli rimasti fermi per mancanza di titolari delle indagini, un sistema che solo recentemente sta tornando a regime nel nostro tribunale. A questo si aggiunge, a mio avviso, un generale abbassamento del livello di professionalità, sia tra i magistrati che tra gli avvocati. Servirebbe una revisione periodica della professione forense, magari ogni cinque anni, e una specializzazione obbligatoria. L’avvocato deve tornare a essere una figura libera e indipendente, non condizionata da logiche correntizie o politiche».


Quanto incide, nella pratica quotidiana dei tribunali, la durata dei processi sulla tutela dei diritti degli imputati e delle parti coinvolte?

«Incide moltissimo. Va detto però che il tribunale di Agrigento è tra quelli con il minor numero di prescrizioni in Italia. Qui si lavora, pur con tutte le difficoltà. Non siamo ai livelli di efficienza di realtà come Torino, ma i tempi sono generalmente contenuti, salvo casi particolari. Penso, ad esempio, alla vicenda del crollo del costone del Viale della Vittoria sui Palazzi crea del 2014: siamo ancora al primo grado e manca la sentenza. Questo dimostra che, al di là delle regole, è fondamentale l’organizzazione concreta del sistema».


Guardando al futuro, quale riforma ritiene davvero prioritaria per rendere la giustizia più efficiente e credibile agli occhi dei cittadini?

«La separazione delle carriere resta, a mio avviso, un passaggio importante. Ma non basta. Serve più garantismo nella valutazione delle prove e, soprattutto, un cambio di approccio sulle misure cautelari. La custodia cautelare deve essere l’estrema ratio, non una prassi. Occorre limitare il ricorso al carcere preventivo e rafforzare le garanzie per i cittadini. Solo così si può restituire credibilità a un sistema che deve essere prima di tutto giusto, non solo efficiente».

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