Escluso dall’eredità del padre, fa causa alla madre: dopo otto anni ottiene 100 mila euro
Una storia che parte da un’amara sorpresa e si chiude, almeno in primo grado, con una sentenza che ristabilisce un principio fondamentale del nostro ordinamento: i legittimari non possono essere esclusi dalla successione senza validi e gravissimi motivi.
Protagonista della vicenda è un agrigentino che, alla morte del padre, ha scoperto di essere stato completamente estromesso dall’eredità attraverso un testamento olografo. Nel documento, infatti, il defunto aveva nominato erede universale la propria moglie, escludendo totalmente il figlio dalla successione. Una scelta che, secondo quanto stabilisce la legge italiana, non può comprimere i diritti dei cosiddetti legittimari — ossia coniuge e figli — titolari di una quota di eredità riservata per legge, salvo casi eccezionali che nella vicenda in esame non risultavano sussistere.
Assistito dall’avvocato Domenico Schembri, l’agrigentino ha dapprima tentato di risolvere la controversia attraverso il procedimento di mediazione obbligatoria, senza però ottenere alcun accordo. Considerata l’entità rilevante del patrimonio del de cuius, è stata quindi avviata un’azione giudiziaria dinanzi al Tribunale di Matera, foro competente in quanto luogo di ultima residenza del defunto. Il procedimento, iniziato nel 2018, si è protratto per ben otto anni nel solo primo grado di giudizio, fino alla sentenza emessa nel gennaio 2026. Nel corso della causa sono state disposte consulenze tecniche per la stima del patrimonio ereditario e presentate istanze di accesso agli istituti bancari al fine di accertare l’esistenza di somme depositate riconducibili al de cuius.
All’esito del lungo iter processuale, il giudice ha riconosciuto la lesione della quota di legittima spettante al figlio e ne ha disposto la reintegrazione, quantificata in una cifra stimata intorno ai 100 mila euro. Una vicenda che riporta al centro l’importanza delle regole successorie e il valore della tutela riconosciuta dalla legge ai familiari più stretti, anche quando le volontà testamentarie sembrano andare in direzione opposta.
Mentre il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulla separazione delle carriere, casi come questo riportano l’attenzione su un tema che tocca direttamente la vita dei cittadini: la durata dei processi civili. Otto anni per arrivare a una sentenza di primo grado rappresentano un tempo enorme, soprattutto in controversie ereditarie che incidono su equilibri familiari e patrimoniali. La vicenda solleva una riflessione più ampia: al di là delle riforme ordinamentali, la priorità per molti cittadini resta una sola — una giustizia più rapida ed efficiente, capace di fornire risposte in tempi ragionevoli. Perché una decisione che arriva dopo quasi un decennio, pur giusta nel merito, rischia di perdere parte della sua efficacia nella vita concreta delle persone.
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