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Home » Editoriali » Dai ponti alle frane: la politica dell’onda emotiva

Dai ponti alle frane: la politica dell’onda emotiva

28 Gennaio 2026
in Editoriali, top2
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Sull’onda emotiva del crollo del Ponte Morandi di Genova, anche ad Agrigento si innescò una dinamica che oggi suona fin troppo familiare. In quei mesi si iniziò a speculare sul Viadotto Morandi di Agrigento, meglio noto come Viadotto Akragas, trattato mediaticamente e politicamente come una bomba a orologeria pronta a esplodere.

Il risultato fu la chiusura del ponte e perfino la paventata ipotesi di demolizione, sostenuta apertamente dall’allora sindaco Calogero Firetto e spalleggiata da una parte del fronte ambientalista. Una scelta drastica, figlia più della paura che di una valutazione tecnica approfondita.

A prendere posizione in modo netto fu invece l’Ordine degli Architetti di Agrigento, allora presieduto da Alfonso Cimino, che indicò una strada diversa e molto più razionale: manutenzione, monitoraggio e consolidamento strutturale. Interventi ordinari che, con ogni probabilità, non si facevano da anni o non si erano mai fatti, e che avrebbero potuto evitare l’emergenza.

Su quella vicenda arrivò anche l’attenzione nazionale. Ad Agrigento si recò l’allora ministro delle Infrastrutture del Movimento Cinque Stelle Danilo Toninelli, anche su sollecitazione dei deputati locali Filippo Perconti e Michele Sodano. Vertici in Prefettura, incontri con i dirigenti ANAS, sopralluoghi, annunci: qualcosa effettivamente si mosse.

I lavori di ristrutturazione partirono, il ponte venne parzialmente riaperto e l’allarme rientrò. Ma solo in parte. Con la fine di quel governo e di quella spinta politica, i cantieri sono entrati in stallo. Tra promesse di ripartenza e rinvii continui, gli interventi non sono ancora completati. Un’infrastruttura strategica rimasta sospesa, esattamente come le responsabilità.

Oggi lo schema rischia di ripetersi con Niscemi. Anche qui il crollo, anche qui l’emotività, anche qui il riflesso pavloviano di una parte dell’opinione pubblica e del mondo “culturale” che mette sullo stesso tavolo la frana di Niscemi e il progetto del ponte sullo Stretto, come se le due cose fossero direttamente collegate.

Sull’onda emotiva si rilancia lo slogan: “Rinunciamo al ponte di Messina e utilizziamo quelle risorse per salvare la Sicilia, Niscemi, le coste”. Una narrazione suggestiva, ma profondamente fuorviante. Perché quelle risorse non sono automaticamente trasferibili, perché i problemi strutturali della Sicilia non nascono oggi, e soprattutto perché contrapporre opere e diritti è il modo migliore per non ottenere né le une né gli altri.

Il rischio concreto è sempre lo stesso: non si farà né l’una né l’altra cosa.
Niente ponte, niente messa in sicurezza strutturale seria, niente manutenzione programmata, niente prevenzione. Solo emergenze, commissariamenti, annunci e poi silenzi.

Ecco perché la vera lezione di Agrigento e di Niscemi dovrebbe essere un’altra: meno ideologia, meno slogan, più tecnica, più manutenzione, più continuità amministrativa.
Altrimenti resteremo ancora una volta al palo, prigionieri dell’emotività del momento e incapaci di trasformare le tragedie in scelte strutturali.

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