Doppio interrogatorio, questa mattina, per l’empedoclino Giuseppe Grassonelli, 43 anni. Il primo davanti al gip del tribunale di Palermo, Claudia Rosini, per la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, mentre davanti al gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo, per le due pistole clandestine trovate nel corso del blitz dei carabinieri la notte della cattura. Davanti al gip Rosini ha risposto alle domande, respingendo gli addebiti che gli vengono mossi. Il 43enne è accusato di aver chiesto la restituzione di 6 mila euro al cinquantenne empedoclino residente in Germania aspirante killer poi pentito, che avrebbe dovuto eseguire l’omicidio ma che poi si era tirato indietro restituendo solo 14 mila dei 20 mila ricevuti.
Per la Procura, quella somma era parte del compenso pagato dai mandanti e non ancora del tutto recuperato. L’inchiesta della Dda di Palermo, condotta in campo dai carabinieri del Comando provinciale di Agrigento, ruota attorno al presunto piano di vendetta per l’omicidio di Giuseppe Adorno, l’operaio ucciso a colpi di pistola e poi ritrovato bruciato nelle campagne di contrada “Fauma” nei pressi di Montaperto nell’estate del 2009. Nel mirino del clan di Porto Empedocle, sarebbe finito Giuseppe De Rubeis, l’idraulico tornato libero dopo aver scontato 13 anni di carcere per quel delitto. Giuseppe Grassonelli sul possesso delle pistole ha scelto la strada del silenzio e si è avvalso della facoltà di non rispondere.
«Mi sento in pericolo. Ho cercato aiuto perché ho paura che mi uccidano». Le parole rese dal cinquantenne collaboratore di giustizia ai magistrati e ai carabinieri. Doveva ammazzare Giuseppe De Rubeis perché riconosciuto colpevole dell’omicidio di Giuseppe Adorno. Tutto era stato già pianificato per vendicare quel delitto: la consegna della pistola, la maschera e i soldi (20.000 euro). Ma prima di entrare in azione con il complice è arrivato il passo indietro, lasciando spazio alla paura, alle minacce di morte, alle richieste del denaro. L’aspirante killer, finito nelle grinfie di Giuseppe Grassonelli, sentendosi braccato dal clan empedoclino per paura di una violenta ritorsione, ha capito che l’unica via d’uscita era tradire, collaborare, e ha vuotato il sacco. Lo ha fatto il 13 gennaio 2025.
Quel giorno, il cinquantenne empedoclino, residente in Germania, ha chiamato un maresciallo maggiore dei carabinieri in servizio ad Agrigento e a lui ha riferito il progetto di morte contro Giuseppe De Rubeis, le minacce asfissianti di Giuseppe Grassonelli e tanto tanto altro ancora d’interesse investigativo. Ha ammesso di essere stato incaricato di eseguire l’omicidio De Rubeis – dalle sue dichiarazioni dopo avere ricevuto il via libera dal vertice del clan di Porto Empedocle – assieme all’amico favarese di 57 anni (indagato non raggiunto da misura cautelare).

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