Quando una diagnosi è un pugno nello stomaco: al San Giovanni di Dio cambia il modo di parlare ai pazienti
Ci sono parole che non si dimenticano. Arrivano all’improvviso, si piantano nello stomaco e cambiano il tempo, il respiro, lo sguardo sul futuro. Una diagnosi oncologica è una di queste. Non è solo una comunicazione clinica: è un passaggio delicatissimo, che segna un prima e un dopo nella vita di una persona.
Al reparto di Oncologia dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento questo momento viene affrontato in modo diverso. Con più attenzione, più ascolto, più rispetto. È da questa consapevolezza che nasce un percorso strutturato per la comunicazione della prognosi e del consenso informato, pensato per proteggere la dignità del paziente e accompagnarlo, passo dopo passo, in uno dei momenti più fragili del suo percorso di cura.
Dopo visite ed esami, quando arriva la parte più difficile – spiegare la malattia, le terapie, le prospettive – il medico non si limita a “dire”. Prima osserva, valuta, comprende. Lo stato clinico, certo, ma anche la persona: la sua storia, le sue fragilità, il livello di consapevolezza, il desiderio – o meno – di conoscere ogni dettaglio.
La comunicazione non è mai standardizzata. È personalizzata, progressiva, documentata. Avviene in un ambiente riservato, con un tono di voce pacato, evitando tecnicismi e usando un linguaggio semplice, accessibile. Le informazioni vengono fornite per gradi, lasciando spazio alle domande, ai silenzi, alle emozioni. Perché anche il silenzio, in certi momenti, può diventare uno strumento terapeutico.
Al paziente viene chiesto cosa desidera sapere, quanto vuole sapere, se preferisce la presenza di un familiare. Il percorso tiene conto non solo della malattia, ma dell’impatto che le terapie avranno sulla qualità della vita. Quando arriva il momento di comunicare la prognosi, le parole vengono scelte con estrema cura, seguendo indicazioni precise, senza brutalità ma senza illusioni.
Frasi come “la malattia non è guaribile, ma possiamo rallentarla e controllarne i sintomi” restano comunque forti. Un pugno nello stomaco, appunto. Ma non vengono lasciate cadere nel vuoto. Sono accompagnate, spiegate, condivise. Inserite in un’alleanza terapeutica che mette al centro la persona e la continuità assistenziale, con il supporto di un’équipe multidisciplinare, dello psicologo e del personale infermieristico di riferimento.
È un cambio di approccio che parla di sanità non solo come luogo di cura, ma come spazio di umanità. Dove la competenza clinica si intreccia con l’ascolto, e dove anche il modo di comunicare diventa parte integrante della terapia.
Ad Agrigento, al San Giovanni di Dio, la diagnosi resta difficile da accettare. Ma non è più affrontata in solitudine.
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