La vicenda di Maddalusa rischia di essere raccontata nel modo sbagliato. Da una parte c’è chi invoca semplicemente il diritto all’acqua, dall’altra chi richiama il rispetto delle regole urbanistiche. In realtà il nodo è molto più complesso e non può essere ridotto a uno scontro tra sensibilità umana e legalità.
Le parole del sindaco Michele Sodano aiutano a riportare il dibattito sul terreno della realtà. Il problema non nasce oggi e non nasce dalla mancanza di acqua. Nasce da una situazione urbanistica irrisolta che si trascina da decenni e che oggi presenta il conto.
È bene ricordare un aspetto spesso trascurato: Maddalusa ricade nella Zona A della Valle dei Templi, sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta. Non si tratta quindi di un normale quartiere cittadino. In quell’area, nel corso degli anni, sono sorte abitazioni di ogni tipo, comprese numerose seconde e terze case, ville e immobili anche di pregio. Una realtà complessa, frutto di decenni di scelte e di omissioni, che oggi rende ancora più difficile individuare una soluzione.
Il regolamento di AICA, infatti, richiama la cessazione dello stato di emergenza disposto a suo tempo con un’ordinanza del Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Venuto meno quel regime straordinario, il gestore del servizio idrico non può più erogare acqua agli immobili realizzati abusivamente dopo il 1968, perché rischierebbe di incorrere in sanzioni amministrative. Non si tratta quindi di una scelta discrezionale del gestore, ma dell’applicazione di una normativa.
Questo non significa, però, che il problema possa essere archiviato con un semplice richiamo alle regole.
Perché dietro quelle abitazioni vivono anche persone. Famiglie residenti, anziani, bambini e soggetti fragili che oggi si trovano senza accesso a un bene essenziale. Ed è qui che la politica è chiamata a fare il suo mestiere: trovare una soluzione che tenga insieme il rispetto della legge e la tutela dei diritti fondamentali, distinguendo le situazioni di reale necessità senza ignorare il contesto urbanistico in cui esse si inseriscono.
Sarebbe sbagliato chiedere al sindaco di firmare un’ordinanza che rischierebbe di essere illegittima. Le ordinanze contingibili e urgenti non sono strumenti che consentono di superare qualsiasi ostacolo normativo e non possono trasformarsi in una sanatoria mascherata.
Allo stesso tempo sarebbe altrettanto sbagliato limitarsi a dire che la legge non lo consente. Quando una norma produce effetti socialmente così pesanti, le istituzioni hanno il dovere di sedersi attorno a un tavolo e individuare un percorso praticabile.
È proprio questo, almeno da quanto emerge, il lavoro che l’amministrazione comunale sta portando avanti insieme a Prefettura, Regione, Protezione civile e AICA. Un percorso difficile, perché nessuno vuole assumersi responsabilità che potrebbero essere censurate sul piano amministrativo o contabile.
Il vero errore sarebbe trasformare Maddalusa nell’ennesimo terreno di scontro politico. Chi oggi governa non può essere assolto dal trovare una soluzione. Ma chi ha amministrato negli ultimi decenni non può nemmeno fingere che il problema sia nato il mese scorso.
La verità è che Maddalusa è il risultato di decenni di urbanizzazione senza una definitiva regolarizzazione, di emergenze prorogate, di deroghe temporanee e di problemi rinviati. Oggi quel tempo è finito e la realtà presenta il conto.
Serve quindi meno propaganda e più responsabilità istituzionale. Perché il diritto all’acqua non può essere negato, ma nemmeno garantito ignorando le norme e il particolare regime di tutela che insiste sulla Zona A della Valle dei Templi. La sfida è proprio questa: trovare un equilibrio che restituisca dignità alle famiglie realmente residenti senza sacrificare il principio di legalità.
È una prova difficile per il sindaco Michele Sodano e per tutte le istituzioni coinvolte. Ma è anche un banco di prova per la politica agrigentina, chiamata finalmente a risolvere un problema invece di limitarsi a utilizzarlo come argomento di polemica.
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