Tra i filari che disegnano le colline del nisseno, tra profumi di mosto, pesche tardive e racconti di famiglia, si è chiuso con una intensa visita didattica alla Masseria del Feudo il corso di primo livello AIS Agrigento. Una giornata immersiva tra vigneti, cantina e cultura del vino che ha visto protagonisti gli aspiranti sommelier accompagnati dal fiduciario AIS Agrigento-Caltanissetta Lillo Trupia e dal sommelier Luca Baglieri.
Ad accogliere il gruppo i fratelli Francesco Cucurullo e Carolina Cucurullo, quarta generazione di una famiglia che ha trasformato la propria terra in un simbolo di agricoltura biologica, ospitalità e innovazione legata alla tradizione.
È stata Carolina a guidare i partecipanti tra i vigneti e i frutteti dell’azienda, raccontando la filosofia che anima Masseria del Feudo: «La nostra idea è quella di custodire il territorio rispettandone l’identità. Qui ogni vigneto, ogni frutteto, racconta una storia fatta di lavoro, famiglia e passione. Innovazione e tradizione devono camminare insieme, senza perdere il legame con questa terra».
Quindici ettari di vigneti biologici certificati, impiantati in una terra dove la coltivazione della vite affonda le proprie radici già dal 1860. Proprio qui furono avviate le prime sperimentazioni sullo chardonnay, mentre oggi l’azienda guarda al futuro con nuovi impianti di frappato e nerello mascalese.
Accanto alla viticoltura, anche i frutteti rappresentano uno dei cuori produttivi della masseria: venti ettari dedicati a pesche e nettarine tardive, raccolte rigorosamente a mano tra agosto e ottobre, per una produzione che supera le 600 tonnellate annue.
A raccontare invece il lavoro di cantina è stato Francesco Cucurullo, che ha accompagnato gli aspiranti sommelier all’interno degli antichi fabbricati rurali trasformati in una moderna struttura produttiva. «La nostra cantina nasce dentro la storia della masseria ma guarda costantemente avanti. La sperimentazione per noi è fondamentale perché vogliamo valorizzare le caratteristiche autentiche del territorio senza omologarci. Ogni vino deve raccontare il luogo da cui nasce».
Serbatoi in acciaio e cemento, controllo digitale delle temperature, microvinificazioni e affinamenti nell’antico palmento climatizzato: tecnologia e memoria convivono in una realtà che oggi rappresenta uno dei punti di riferimento dell’enoturismo siciliano.
La visita si è conclusa con una degustazione guidata di tre etichette simbolo dell’azienda, accompagnate da prodotti a chilometro zero. Gli aspiranti sommelier hanno potuto degustare un elegante Grillo biologico, proveniente da vigneti a 480 metri sul livello del mare, caratterizzato da profumi agrumati, miele d’acacia, note floreali e una spiccata sapidità minerale che evolve verso sentori idrocarburici destinati a crescere con l’invecchiamento.
A seguire il Rosato di Nero d’Avola, dal colore rosa cipria tenue e dai profumi di ciliegia, fragola e lampone. Un vino fresco e immediato, sostenuto da una importante vena minerale che ne esalta la bevibilità e l’abbinamento gastronomico.
Infine il Nero d’Avola biologico della Masseria, rosso rubino intenso, con note di ribes, marasca, pepe, cuoio e cioccolato fondente. Al palato tannini vellutati, struttura dinamica e un finale lungo e persistente che racconta tutta l’identità del territorio.
Per gli aspiranti sommelier agrigentini non è stata soltanto una visita tecnica, ma un viaggio dentro l’anima più autentica della Sicilia rurale, dove il vino diventa racconto, memoria e cultura del territorio.
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