C’è una strada, ad Agrigento, che ogni 4 aprile torna a farsi memoria viva. È lì che si consuma uno dei delitti più dolorosi della storia recente della città, lì dove lo Stato ha perso un servitore fedele, caduto sotto i colpi della mafia mentre faceva semplicemente il proprio dovere.
Era il 1992 quando il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli veniva assassinato in un agguato mentre rientrava a casa. Un’esecuzione fredda, studiata, che colpì non solo un uomo, ma un simbolo. Guazzelli non era un nome qualunque: era un investigatore stimato, impegnato in prima linea contro Cosa nostra, un punto di riferimento per la magistratura e per lo Stato in un territorio difficile.
La sua uccisione arrivò in un momento cruciale per il Paese. Pochi mesi dopo sarebbero arrivate le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e via D’Amelio. Il sangue di Guazzelli, versato ad Agrigento, fu uno dei segnali più chiari di quella escalation mafiosa che stava per travolgere l’Italia. Un avvertimento, una sfida aperta alle istituzioni.
Eppure, a distanza di anni, il suo sacrificio continua a parlare. Parla alla città, che non può e non deve dimenticare. Parla alle nuove generazioni, chiamate a conoscere quella storia e a farne tesoro. Parla soprattutto alla politica e alle istituzioni, ricordando che la legalità non è mai un punto acquisito, ma una conquista quotidiana.
Ricordare Guazzelli non è un gesto formale. È un atto di responsabilità. Significa rinnovare un impegno, scegliere da che parte stare, dare un senso concreto alla parola Stato.
Perché ci sono vite che non finiscono nel giorno in cui vengono spezzate. Continuano, ogni giorno, nelle scelte di chi resta. E quella di Giuliano Guazzelli è una di queste.
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