Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè interviene con parole durissime dopo l’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali da parte della Nazionale di calcio dell’Italia, puntando il dito contro il presidente della FIGC, Gabriele Gravina.
Mulè non usa giri di parole e affida ai social un attacco frontale:
«È da oltre due anni che chiedo a Gravina di fare un passo indietro. Ogni volta il sistema di potere costruito intorno a lui lo ha difeso».
Poi l’affondo, che fotografa il clima pesante attorno al calcio italiano:
«Oggi che la Nazionale e l’Italia intera vengono umiliate con una nuova eliminazione dai Mondiali, si sente il coro “dimissioni”. Ma è il frutto avvelenato di una gestione antica, senza visione».
Secondo il vicepresidente della Camera, il vero nodo è l’assenza di assunzione di responsabilità:
«Si continua a recriminare e ad allontanare le colpe invece di prendere atto di un fallimento».
La chiusura è amara, quasi sconsolata: «Povera Italia, poveri noi».
Parole che si inseriscono in un dibattito sempre più acceso sul futuro del calcio italiano, tra richieste di cambiamento e un sistema che, almeno finora, ha resistito a ogni scossone.
Sono anni che non mi diverto più con questo calcio.
Ieri, forse, avrei dovuto stare zitto e abbracciarlo. Parlo di Pietro, 17 anni, grande appassionato e zero Mondiali vissuti davvero. Capisco il suo dramma. Alla sua età avevo le stesse reazioni quando l’Italia perdeva una finale o usciva ai quarti. Ma una cosa non l’avremmo mai nemmeno immaginata: restare fuori dai Mondiali.
Noi che ci lamentavamo di gente come Andrea Carnevale, Azeglio Vicini, Daniele Massaro. Io che una notte di Champions insultai anche Pacione. Oggi verrebbe da chiedere scusa a tutti loro.
Dove stanno i problemi? Nelle scelte, prima di tutto. Dare voce a tutti è diventato quasi mortificante. Un tempo a raccontare la Nazionale c’erano Sandro Mazzola, Gianni Rivera, Fabio Capello: gente che aveva vinto, gente che sapeva cosa significa stare lì. Allenare l’Italia era un punto d’arrivo, non un passaggio qualunque. Oggi sembra il contrario.
E poi le convocazioni: giocatori senza minuti nei club, scelte poco coraggiose, poca fiducia nei giovani. Uno come Palestra andava messo dall’inizio. Invece sempre gli stessi nomi, sempre le stesse gerarchie.
La partita con l’Irlanda del Nord è stata un segnale chiarissimo: vittoria sì, ma senza dominio. E soprattutto quell’esultanza finale, quasi liberatoria, invece di abbassare la testa e pensare subito alla prossima. Mentalità sbagliata.
E intanto si costruisce la narrativa del “catino” bosniaco, si esalta l’ambiente, quando il problema è un altro: siamo noi a non essere più quelli di prima.
Si parla di Edin Džeko come di un fenomeno e a 40 anni è ancora lì, titolare. Ai nostri tempi, a quell’età, si faceva spazio ai giovani. Oggi invece siamo prigionieri dei nomi, delle etichette, delle squadre di appartenenza.
Sul campo poi le scelte tecniche: Kean e Retegui insieme non funzionavano, lo avevamo visto tutti. Togliere Kean, l’unico capace di attaccare la profondità, per inserire Esposito – con caratteristiche completamente diverse – è stata una scelta che ha detto tutto. Come l’utilizzo di giocatori fuori condizione o con poco spazio nei club.
Che Gennaro Gattuso non fosse la scelta giusta lo si era capito subito. Ma questo dovrebbe capirlo chi guida il sistema, a partire da Gabriele Gravina, ormai attaccato alla poltrona come pochi.
E allora ripartiamo da qui. Dal coraggio di dire basta, dal saper fare un passo indietro. Perché niente è dovuto, tutto va conquistato con sacrificio, serietà e risultati.
Una postilla finale che fa riflettere: dopo l’Europeo del 2000 e il Mondiale del ’98, Silvio Berlusconi con le sue dichiarazioni contribuì a far saltare la panchina di Dino Zoff, nonostante un percorso dignitoso e una finale europea persa ai dettagli, contro la Francia di Zinedine Zidane.
Ecco, oggi qualcuno dovrebbe trovare lo stesso coraggio.
Intanto, far saltare la poltrona di Gravina.
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp
