Tutti condannati i cinque imputati, originari di Santa Margherita di Belìce e Montevago, al processo scaturito dalla cosiddetta “Mafia dei pascoli”, che si è svolto con il rito abbreviato davanti al gup del tribunale di Palermo Carmen Salustro. L’operazione coordinata dalla Dda di Palermo, è stata condotta sul campo dai poliziotti della Squadra Mobile di Agrigento, dallo Sco e dalla Sisco di Palermo. Inflitta la condanna a 9 anni di reclusione per Pietro Campo, 73 anni; 8 anni e 4 mesi per Pietro Guzzardo, 46 anni; 7 anni e 8 mesi per Pasquale Ciaccio, 58 anni, pastore; 5 anni e 4 mesi per Domenico Bavetta, 43 anni; 1 anno e 8 mesi per Giovanni Campo, figlio del boss Pietro, per tentata violenza privata assolvendolo, tuttavia, dall’accusa di estorsione e illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso.
Le richieste del pubblico ministero erano state: sette anni e quattro mesi per Pietro Campo; sei anni e quattro mesi per Giovanni Campo, 34 anni; nove anni per Piero Guzzardo; sette anni e otto mesi per Pasquale Ciaccio, e sei anni e quattro mesi per Domenico Bavetta. I reati contestati sono estorsione e illecita concorrenza, con l’uso della minaccia o della violenza, aggravati dal metodo mafioso.
«Ogni pastore ha la sua zona e chi ha “potere” decide. Ha “potere” chi ha possibilità di comandare, ovviamente nel senso mafioso. Nel territorio di Santa Margherita comandavano Campo e Ciaccio». A descrivere il contesto della criminalità rurale e della mafia del pascolo ai magistrati della Dda di Palermo, è stato il collaboratore di giustizia di Menfi Vito Bucceri. Le sue dichiarazioni e quelle di un altro pentito di mafia Calogero Rizzuto, già capo del mandamento di Sambuca di Sicilia, sono state ritenute di fondamentale importanza nella ricostruzione delle dinamiche di gestione sulle vaste zone di campagna, “strappate” anche con la forza ad agricoltori e proprietari terrieri della Valle del Belice con canoni irrisori, dalle 200 alle 500 euro ettaro annui, e destinate al pascolo delle greggi di esponenti mafiosi e dei loro “amici”.
«Se il proprietario del terreno dice di no, gli tagliano le viti – ha aggiunto Burceri –. I proprietari devono ringraziare se gli danno il formaggio». Altre dichiarazioni utili all’inchiesta sono arrivate da Calogero Rizzuto: «Un nuovo pastore può inserirsi ma deve andare da chi gestisce la famiglia mafiosa e chiedere il permesso».
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