Un imputato ha chiesto di patteggiare la pena mentre gli altri 16 hanno optato per il rito abbreviato. Questo l’esito dell’udienza preliminare a carico di 17 soggetti – alcuni dei quali già coinvolti nella prima tranche dell’indagine già approdata a processo – del secondo filone nato dall’inchiesta “madre” sui nuovi clan mafiosi di Agrigento/Villaseta e Porto Empedocle e su un traffico di sostanze stupefacenti. La vicenda è legata al blitz scattato nel luglio dell’estate scorsa quando i carabinieri del Comando provinciale di Agrigento fermarono 14 persone. Danilo Barbaro, 40 anni, ha chiesto di patteggiare la pena.
L’imputato venne arrestato dai poliziotto della sezione Volanti della Questura a Porto Empedocle lo scorso anno, insieme ad altri tre giovani, in un’auto con delle pistole cariche e pronte a sparare. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha chiesto per tutti il rinvio a giudizio. L’udienza preliminare è in corso di svolgimento davanti al gup del tribunale di Palermo, Nicoletta Frasca. Proseguirà il prossimo 15 aprile con la requisitoria del pubblico ministero.
Gli imputati sono: James Burgio, 33 anni, di Porto Empedocle; Pietro Capraro, 40 anni, di Agrigento; Salvatore Carlino, 35 anni, di Canicattì; Antonio Crapa, 55 anni, di Favara; Antonio Guida, 19 anni, di Agrigento; Agostino Marrali, 29 anni, di Palermo; Andrea Sottile, 36 anni, di Agrigento; Alessandro Calogero Trupia, 36 anni, di Agrigento; Calogero Segretario, 30 anni, di Agrigento; Cristian Terrana, 32 anni, di Agrigento; Danilo Barbaro, 40 anni, di Moncalieri (Torino); Gaetano Licata, 42 anni, di Santa Maria Capua Vetere; Salvatore Lombardo, 37 anni, di Agrigento; Salvatore Prestia, 44 anni, di Porto Empedocle; Simone Sciortino, 23 anni, di Agrigento; Stefano Fragapane, 33 anni, di Agrigento e Vincenzo Iacono, 48 anni, di Agrigento.
Sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzato al traffico di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso, tentata estorsione, danneggiamento a seguito di incendio, porto e detenzione di arma sempre aggravati dal metodo mafioso. Capraro e Sciortino sono difesi dall’avvocato Teres’Alba Raguccia. L’indagine ipotizza un’alleanza tra i clan di Villaseta e Porto Empedocle che, dopo iniziali frizioni, avrebbero stretto un’alleanza in grado di mantenere saldi gli equilibri nel settore del traffico degli stupefacenti, suddiviso gli incassi, condiviso armi e imposto le proprie regole sul territorio.
La principale contestazione è quella di avere messo in piedi un vasto narcotraffico per finanziare il clan, che sarebbe stato diretto da James Burgio, detenuto in carcere ma operativo grazie a un telefono cellulare, e da Salvatore Prestia, cognato del boss Fabrizio Messina.
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