Quegli anni in Procura con Rosario Livatino

Il giudice Salvatore Cardinale ricorda il collega assassinato dalla mafia, prossimo a diventare Beato; primo magistrato nella storia della Chiesa ad avere questo riconoscimento.

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“Ecco! Qui c’era la stanza del procuratore. Poi, a seguire, venivano le nostre; quella del sostituto Roberto Saieva, quella di Rosario Livatino e in ultimo, la mia”. Nel corridoio deserto, al primo piano dell’edificio di piazza Gallo, che un tempo ospitò gli uffici giudiziari di Agrigento, Salvatore Cardinale, 77 anni, per dieci, collega, proprio in quei locali, del giudice Livatino, prima di ricoprire altro importante incarico a Caltanissetta, ricorda con emozione quel periodo particolare della sua vita. “Presi servizio in procura, ad Agrigento nel 1973 – dice. – Rosario Livatino arrivò nel 1979 e vi rimase fino al 1989 quando chiese e ottenne di passare al Tribunale come magistrato giudicante”. 

In quelle stanze austere,  proprio in quegli anni, nacquero alcune tra le inchieste giudiziarie più importanti sulla mafia agrigentina. In particolare quella sui “cavalieri del lavoro” indiscussi padroni degli appalti pubblici in Sicilia e indiziati di collusione con la mafia. “Ricordo a questo proposito che Livatino compì personalmente, con professionalità e autonomia oltre che con costante riserbo, accertamenti su determinate situazioni” – continua Cardinale, già presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta. – In quegli anni Rosario acquisì una vasta conoscenza del mondo criminale e in particolare del fenomeno mafioso che ad Agrigento assumeva connotati particolari. Notevole poi, fu l’impegno profuso dalla Procura di Agrigento nell’indagine denominata “Santa Barbara” grazie alla quale dopo anni di sterili tentativi investigativi, venne disegnata la mappa delle consorterie criminali operanti in provincia”. All’anziano giudice tornano in mente un’infinità di ricordi.

“Ma ricordi, non solo dei tanti momenti di lavoro – continua Cardinale – ma anche delle brevi parentesi distensive, quando assieme al procuratore Spallitta scendevamo tutti insieme al “Bar Pedalino” che si trovava sotto il palazzo di giustizia, per consueto il caffè. Noi, il caffè; lui, Livatino, sempre e solo un bicchiere di latte bianco!”. Poi il 21 settembre del 1990 l’agguato mafioso in contrada Gasena che spezzò la vita al giudice ragazzino. Adesso quel palazzo di piazza Gallo è sede degli uffici comunali ma quella stanza del primo piano, l’ex ufficio di Livatino, è tornata ad essere come allora, in ricordo del giudice. Vi è la sua vecchia scrivania, la macchina da scrivere e la toga appesa all’attaccapanni all’entrata. “La stanza della memoria” inaugurata nell’ottobre del 2017 proprio attraverso un’idea lanciata dal giudice Cardinale, oggi continua ad essere meta di tante scolaresche; giovani in visita che vogliono approfondire la figura e il sacrificio del magistrato, oggi Beato, Livatino. 

“Da credente – spiega Cardinale, – Livatino sentiva forte il contrasto, insito nella professione che svolgeva, tra l’applicazione della fredda norma giuridica, necessariamente oggettiva e punitiva, e il principio religioso della pietà e del rispetto per chi ha sbagliato. Livatino riusciva felicemente a conciliare le regole che disciplinano la funzione del magistrato con quelle che la sua fede cristiana gli suggeriva”. Concetto questo, che l’ex presidente di Corte d’Appello ha espresso in passato diverse volte, quando venne sentito dalla speciale Commissione, durante la causa di beatificazione. “L’assassinio del giovane magistrato – dichiara ancora Salvatore Cardinale – ha un suo specifico denominatore: il martirio inteso quale testimonianza della “grande causa di dio”(cito Giovanni Paolo II°). Con la sua morte, Livatino, alla pari di altri martiri siciliani, riscatta la Sicilia, presentandola al mondo non più sotto il solito stereotipo di terra di mafia e di sangue ma nella nuova luce di terra dei martiri, vale a dire, con le parole di padre Sorce di “Casa Rosetta”, “terra di futuro e di speranza”.

LORENZO ROSSO

Nella foto la stanza di Rosario Livatino durante una visita di una scolaresca