Moda e abbigliamento, il valore del Made in Italy e la sfida post-Covid

I prodotti del tessile, dell’abbigliamento e della moda pensati e realizzati in Italia sono da sempre un’icona del nostro Paese nel mondo, un valore enorme che la pandemia e la conseguente crisi dei consumi hanno potuto solo intaccare. Trovare nelle etichette dei vestiti la dicitura “Made in Italy” è garanzia di avere tra le mani un indumento di qualità creato con uno stile straordinario, autenticamente italiano, riconosciuto e apprezzato non solo dagli abitanti dello Stivale, ma dai consumatori di ogni continente.

 

Il Made in Italy: motore dell’economia

 

Il settore tessile italiano è tra i più solidi d’Europa, quello che conta il maggior numero di esportazioni di prodotti nei mercati dell’Unione Europea, negli Stati Uniti, in Cina e anche in Russia. Ad affascinare i consumatori di tutto il mondo è il gusto estetico che ha sempre contraddistinto il nostro Paese. L’Italia è la patria dell’arte, ha dato i natali a grandi artisti, architetti, scrittori, musicisti. Ma anche l’artigianato, caratterizzato da una enorme cura dei dettagli e del design, ha contribuito a consolidare l’unicità italiana. Non è certamente un caso se all’estero quando si parla di prodotti del nostro Paese viene esaltata la loro qualità, l’ingegno e la lavorazione necessari a realizzarli. 

 

Il Made in Italy è sinonimo di eccellenza. E per questo spesso si ritrova anche a lottare con imitazioni e contraffazioni. Si è anche diffusa la tendenza (soprattutto in Paesi come Giappone e Corea del Sud) a dare nomi italiani a negozi e prodotti che in realtà di italiano non hanno nulla. I suoni della lingua del Bel Paese sono diventati una strategia di vendita, un richiamo delle sirene per consumatori ignari che vedono nei nostri colori un esempio di eleganza e di stile da seguire e da possedere. La sfida è ardua, e nell’era Covid è diventata ancora più impegnativa a causa della crisi economica legata alla chiusura delle attività commerciali.

 

La crisi: -23% di fatturato

 

Il 2021 rappresenta per molti settori e molti aspetti, un vero e proprio spartiacque per le intere economie, tra crisi e ripartenze. Le imprese che operano nel mondo tessile e dell’abbigliamento sono state tra le più colpite dal crollo dei consumi degli ultimi 12 mesi. Nel 2020 il mondo della moda ha registrato perdite senza precedenti: si parla di un calo del 23% del fatturato connesso sia alla diminuzione delle esportazioni, sia delle vendite al dettaglio. Non è stata solo la chiusura dei negozi a favorire il tonfo. I periodi di apertura non sono stati sufficienti per rialzare i numeri. Molto ha pesato il mancato interesse della popolazione per lo shopping: molte famiglie si sono ritrovate ad affrontare problemi economici e lo smart working non ha incentivato la scelta di un vestiario adeguato e i nuovi acquisti. I conti delle aziende ne hanno risentito in maniera significativa.

 

La sfida post-Covid: piena ripresa nel 2023

 

La ripresa del settore rispetto ai livelli pre-pandemia, a guardare i dati, è ancora lontana. Secondo le stime di Confindustria Moda, il vero recupero del comparto è previsto per il terzo trimestre del 2021. Il 2022 si dovrebbe presentare migliore per i consumi e per il 2023 si attende una piena ripresa. Tutto questo a patto che la campagna vaccinale prosegua spedita, ovviamente. 

 

Nel frattempo si guarda con fiducia alla via d’uscita. Cosa possono fare le singole aziende tessili per aiutarsi nella ripresa? La domanda è ricorrente. La risposta piuttosto chiara. Gli investimenti per il futuro dovrebbero essere compiuti soprattutto in due ambiti: il digitale e la produzione green friendly.

 

Le opportunità: e-commerce e ambiente

 

Nei periodi di lockdown, lo shopping si è spostato tutto su Internet. La vendita online è stata per molti marchi l’unica fonte di reddito nei mesi di chiusura e di grande difficoltà economica. È emersa l’importanza per le aziende di puntare sull’e-commerce e su strategie di comunicazione capaci di rendere più visibili i prodotti nel grande oceano del web. È aumentata l’offerta di lavoro per professionisti con esperienza nel mondo del digitale e formati nell’ambito del commercio online. Sono emersi i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. I futuri clienti apparterranno sempre più alla Generazione Z. Loro, come i Millennials, si trovano a loro agio con lo shopping sulle piattaforme online

 

Altro punto, dicevamo, riguarda la svolta ecologica alla produzione del settore tessile. L’industria del mondo fashion è tra le più inquinanti al mondo per varie ragioni. Innanzitutto viene prodotta una quantità di indumenti enorme, che difficilmente riesce ad essere smaltita. In secondo luogo nei processi di produzione vengono consumate moltissime risorse, a cominciare dall’acqua. Vanno poi considerate le emissioni di anidride carbonica. Già da qualche anno, le multinazionali dell’abbigliamento stanno cercando di ridurre i consumi idrici, le emissioni di CO2 e di fare maggiore ricorso a fonti di energia rinnovabili. Inoltre, in futuro si tenterà di limitare la produzione di un numero eccessivo di capi. Nelle grandi sfilate di moda, intanto, è diminuito il numero di vestiti presentati. 

 

Con queste nuove tendenze si spera di riuscire ad aiutare un settore in crisi e a risollevare le sorti del Made in Italy, da sempre un punto di riferimento del mondo della moda e dell’abbigliamento su scala globale.