17052012

Francesco Montenegro: Omelia nella solennità di san Gerlando

Omelia

nella solennità di san Gerlando

(Agrigento – Cattedrale, 25 febbraio 2011)

Ez 3,16-21

Col 1,24-29

Lc 22,24-30

Fare memoria di un pastore della Chiesa è celebrare il buon Pastore, in quanto solo Lui ha fatto sue a prezzo della propria vita le creature che il Padre gli ha affidato: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le pecore” (Gv 10,11). Pertanto, l’odierna memoria di san Gerlando, patrono di questa città di Agrigento, è un invito a rivolgere lo sguardo al “Pastore grande delle pecore” (Eb 13,20), “che vigila sulle anime vostre” (1Pt 2,25). Infatti, le luminose opere buone del discepolo, figlio della luce – la sua santità – rinviano al tre volte Santo al quale danno gloria (cfr Mt 5,16). E in verità, i pastori della Chiesa sono chiamati a pascere il gregge di Dio loro affidato “di cuore secondo Dio […] con dedizione interiore […] facendovi modello del gregge” per ottenere, “quando il pastore per eccellenza si manifesterà […] la corona incorruttibile di gloria” (1Pt 5,2-4).

La parola che abbiamo ascoltato ci ha manifestato il disegno del Padre sui pastori e noi questa parola l’accogliamo quale parola che ci ammaestra indicandoci la via della vita; giudica le nostre opere per verificare se sono compiute secondo Dio; ci salva con il perdono che purifica il nostro peccato e le nostre fragilità creaturali.

1. L’evangelo secondo Luca ci ha ripetuto un insegnamento che verbalmente ci è abbastanza noto, ma che nei comportamenti ci rimane piuttosto estraneo, anzi ci risulta alquanto duro da accettare. Ma proprio questo aspetto rimarca la differenza tra la logica del potere degli uomini e quella del servizio a cui è chiamato il discepolo nella comunità dei fedeli. Il potere è vagheggiato e ambito dagli uomini perché conferisce onore, grandezza, comando, supremazia, vantaggi di ogni genere; e, colmo dell’ironia contenuta nelle parole del Signore, chi assume un tale ruolo ci tiene a passare per un benefattore dei suoi sudditi. La storia anche recente e la cronaca impietosa, purtroppo, presenta una schiera innumerevole di siffatti benefattori. Il servizio, invece, non prevede nulla di tutto ciò: riserva l’ultimo posto a chi ritiene di meritare il primo; considera il più piccolo di tutti colui che pensa di essere il più grande; impone di farsi servo a chi brama di essere servito. Badiamo bene, non è il trionfo della stoltezza, o del non senso; al contrario, è la traduzione concettuale della scelta esistenziale del Figlio di Dio che si presenta in mezzo agli uomini “come uno che serve” (Lc 22,27), egli che “annichilì se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8). Per il discepolo l’esito finale di un simile percorso coincide con l’itinerario umano di Gesù, il Signore crocifisso, che, risorto, è assiso alla destra del Padre: “io preparo per voi un regno come il Padre l’ha preparato per me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno” (Lc 22,29-30).

2. Un aspetto significativo del servizio nella comunità ecclesiale, con riguardo al rapporto interpersonale, è quello della custodia e della vigilanza in favore di coloro che sono affidati alla cura di colui che ha ricevuto un ufficio nella Chiesa. La parola profetica di Ezechiele descrive le dinamiche di tale vigilanza, le rispettive responsabilità delle persone coinvolte e le conseguenze del servizio reso o della colpevole omissione. Il pastore, nell’esercizio del suo carisma profetico, è costituito sentinella del proprio fratello attraverso il servizio della parola di cui è depositario. E qui gli accenti della santa Scrittura sono veramente penetranti e accorati e non ammettono scelte furbe o sfuggenti: “Se dico all’empio: Devi morire!, e tu non l’hai messo in guardia, cioè non hai parlato per mettere in guardia l’empio dalla sua perversa condotta affinché viva, quell’empio morirà per la sua iniquità, ma del suo sangue chiederò conto a te. […] Se tu, al contrario, hai messo in guardia il giusto perché non pecchi ed egli di fatto non pecca, allora vivrà, appunto perché è stato messo in guardia e tu avrai salva la tua vita” (Ez 3,18.21).

Che cosa significa questa parola per ciascuno di noi, pastori e fedeli?

Un primo messaggio è la sconfessione di un detto che appartiene a una certa nostra cultura: la parola più opportuna è quella che non viene pronunziata. Questo è uno dei casi in cui il silenzio non è propriamente d’oro e non può essere esibito come scudo di autodifesa. Il pastore, e ciascun fedele per la propria parte, quando la parola che gli viene posta nel cuore è destinata al fratello-peccatore, la cui salvezza o perdizione dipende appunto da quell’annuncio, non può mai tacere.

È sconvolgente, poi, la catena di connessioni evidenziate: Dio parla alla sentinella; la sentinella tace; il peccatore muore per il suo peccato; la sentinella infedele renderà conto di quella morte provocata dal suo silenzio. Davvero questa è una parola assai dura da capire, da accettare e da mettere in pratica; ma non ci sono alternative. E allora, una Chiesa silente, quali che siano le ragioni che possono essere addotte (convenienza, prudenza, timore, interesse, Dio non voglia…), non è la Chiesa sentinella e del male provocato dal suo silenzio ne dovrà rendere conto al suo Signore.

Da ultimo, l’ufficio della sentinella non ammette pause o cedimenti e, ispirandoci agli ammaestramenti dell’apostolo Paolo, può comportare una varietà di interventi: “annuncia la parola, insisti a tempo opportuno e importuno, cerca di convincere, rimprovera, esorta con ogni longanimità e dottrina. Verrà un tempo, infatti, in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma, secondo le proprie voglie, si circonderanno di una folla di maestri, facendosi solleticare le orecchie, e storneranno l’udito dalla verità per volgersi alle favole” (2Tim 4,3-4). È certamente un ministero impegnativo e poco accomodante, ma solo se è così connotato è il ministero pastorale della Chiesa e nella Chiesa.

3. La seconda lettura delinea, infine, la finalità sintetica del servizio dei pastori: annunciare “Cristo in noi, la speranza della gloria […] per rendere ciascuno uomo perfetto in Cristo” (Col 1,27.28). E a questo punto l’attenzione è rivolta tutta al ministro e alla responsabilità che gli incombe in ordine al suo annuncio; diventa, perciò, inevitabile un esame di coscienza impietoso: il mio parlare è proclamazione di Cristo, speranza della gloria, oppure profitto della mia posizione per amplificare le mie idee; le mie parole mirano a formare in ciascuno l’uomo perfetto in Cristo, oppure sono interessato a creare consenso su di me “con sublimità di parola o di sapienza” (1Cor 2,2), anteponendo questo alla “stoltezza di Dio [che] è più sapiente degli uomini” (1Cor 1,25).

4. Il messaggio salvifico che con la sua parola il Signore Gesù ci ha rivolto nella memoria di san Gerlando, ci spinge a guardare alla vita del pastore di questa Chiesa per rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha operato in lui e per trarre dalla celebrazione liturgica rinnovato slancio per imitarne l’esempio.

Particolare valore riveste l’opera che il Santo profuse per ricostruire la comunità ecclesiale, provata duramente dalla lunga occupazione araba. Si trattò di una nuova implantatio Ecclesiæ, caratterizzata da una nuova evangelizzazione di queste terre, in comunione con i vescovi delle altre Chiese della Regione; analogamente a quanto avvenne anche per Mazara, fondata ex novo come diocesi dal Gran Conte normanno Ruggero d’Altavilla. In proposito mi piace ricordare che il vostro Santo intervenne a Mazara alla seduta del primo parlamento siciliano nel 1098 nel quale si riorganizzò la vita civile e sociale del regno, in un’azione sinergica che, lungi dal mettere in atto dinamiche di rappresentanza democratica, raccolse gli esponenti più in vista della società del tempo. I vescovi del tempo, con la loro partecipazione, ebbero, così, modo di esprimere la loro sollecitudine per la costruzione di un ordine sociale rinnovato.

Altri due tratti del suo ministero risultano particolarmente attuali. Egli fu, infatti, uomo di grande carità ed erudito nelle discipline sacre. Se questa seconda connotazione richiama l’esigenza, fortemente avvertita nel nostro tempo, di dare spessore culturale alla pastorale, attuando a livello di Chiese locali il Progetto culturale orientato in senso cristiano assunto dai vescovi italiani come impegno scaturito dal 3° Convegno ecclesiale di Palermo (1995), il servizio della carità rappresenta per questo nostro tempo un modo antico ma quanto mai attuale di manifestare il volto di una Chiesa amica dell’uomo e prossima ai poveri e agli ultimi, come ricordò Benedetto XVI nel 4° Convegno ecclesiale di Verona: “L’autenticità della nostra adesione a Cristo si verifica […] specialmente nell’amore e nella sollecitudine concreta per i più deboli e i più poveri, per chi si trova in maggior pericolo e in più grave difficoltà” (Conferenza Episcopale Italiana, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. Atti del 4° Convegno ecclesiale nazionale, Ed. Dehoniane, Bologna 2008, p. 58).

Proprio in questo contesto va inquadrato il fenomeno dell’immigrazione, così drammaticamente presente sulle nostre isole mediterranee. Si tratta di una sfida, che in queste ultime settimane ha assunto i contorni di una emergenza umanitaria, che la società civile fatica ad accogliere nella prospettiva solidale, ma che noi Chiesa non possiamo perdere, se non vogliamo tradire il Vangelo. Ce lo ricorda la nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno: “Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi” (n. 4).

Affido all’intercessione di san Gerlando questa Chiesa Agrigentina che egli governò con amore e organizzò a immagine della comunità apostolica (cfr At 2,42-47): illuminata dallo Spirito del Risorto, sotto la guida del vescovo Francesco, icona del buon Pastore, possa continuare a vivere e ad annunciare il Vangelo, rendendolo credibile attraverso la testimonianza e il servizio della carità.

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