Bimba senza testa
gennaio 8, 2010 by Redazione
Filed under Cultura e Società, Una città nella memoria
Appena saputo il “fatto” dal figlio, la povera Mariagrazia era scappata verso la chiesa, incredula e mentre correva minacciava il ragazzo che se il “fatto” non era vero, tornata a casa l’avrebbe bastonato, che non erano quelle cose da inventare per spaventare una povera madre. Ma quando fu là, davanti la chiesa dell’Addolorata c’era già tanta gente e tutta immobile e in silenzio. Sentiva la vecchia Filomena che continuava a dire, con le mani tra i capelli : “ Sono state le Donne, ne fanno tante di cattiverie alle povere mamme”. Ma sua sorella non era d’accordo:” Ma quando mai le Donne hanno fatto una cosa così !“.
A sentire parlare delle Donne, a Mariagrazia le venne “ un moto”. Sin da bambina la mamma le diceva di dire le preghiere la sera, che così le Donne non la pigliavano. Si sapeva che le Donne erano come degli spiriti maligni che la notte entravano nelle case e si portavano le creature piccole, ancora in fasce. La favola delle Donne era conosciuta in tutto il quartiere del Rabato, a Girgenti (oggi Agrigento). Alcuni dicevano che era una favola, appunto, per spaventare i monelli e farli stare buoni, ma altri ci credevano veramente e raccontavano fatti atroci, di bambini rapiti, che morivano nel letto senza motivo e che il giorno prima li trovavano con le treccine attaccate, che era il segno diabolico che le Donne volevano quella creatura.
Mariagrazia si fece ancora avanti tra la folla muta e arrivò così dinanzi alla povera neonata senza testa. Vincendo lo sgomento e il raccapriccio, le si fece ancora più vicina, perché quasi non credeva a quello che vedeva e quasi voleva toccarla. No, non potevano essere state le Donne, se mai esistevano. Questa era opera di un pazzo. Venne un medico del Comune a prendere il corpicino e le guardie e tutti poi accompagnarono, quella bimba senza testa, dentro una bara, sino all’ospedale di via Atenea. Per giorni si discusse sul “fatto” in tutta Girgenti e più se ne parlava più la gente cominciava a vivere nella paura che c’era in giro un folle che tagliava la testa ai bambini.
Poi, finalmente, si seppe che a Favara avevano accusato di quell’infanticidio una tale Verona Giovanna. Il “fatto” della bambina senza testa era stato scoperto il 12 marzo del 1872. Tre mesi dopo al carcere dell’ex convento di San Francesco a Favara le compagne di cella di questa Giovanna Verona avevano saputo da alcuni del paese che prima di finire in carcere per frode, la Giovanna aveva avuto una figlia, ma nessuno di quelli che a Favara l’aveva vista con la bambina sapeva adesso dove era finita la figlioletta della sventurata. Già un’altra volta aveva partorita un’altra bambina e a tutti aveva detto che l’aveva abbandonata, ed esposta alla ruota delle suore del Collegio di Maria. Ma di questa sua seconda figlia non diceva niente e niente più si sapeva neppure tra i suoi partenti. Così le altre carcerate che erano con lei e cioè Selvaggio Anna, Maria Di Rosa, Maria Paradiso, Mancuso Margherita la misero alle strette e, infine, dopo una questione sorta fra loro, finalmente Giovanna si liberò da quel peso della coscienza e confessò che la bimba senza testa era sua. Allora Anna, Rosa e Margherita andarono dal direttore del carcere a riferire quanto avevano saputo. Questo riportano i pochi documenti che abbiamo trovato all’archivio di Stato di Agrigento (inv 26 fasc.389). Non vi è traccia su come la disgraziata abbia tentato spiegare l’infanticidio. Se mai sia possibile giustificarlo.
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